Scholia Reviews ns 20 (2011) 25.

Katharina Volk, Ovid. Chichester & Malden, MA: Wiley-Blackwell, 2010 (Blackwell Introductions to the Classical World). Pp. x + 147 pp. ISBN 978-1- 4051-3642-6. US$104.95.

Beatrice Larosa
Università della Calabria, Arcavacata di Rende (CS), Italy

Pubblicato nel 2010 nella collana 'Blackwell Introductions to the Classical World', il volume della Volk è una chiara e ben organizzata introduzione allo studio della poesia ovidiana, da quella amorosa a quella esilica, con uno sguardo alla fortuna di cui il Sulmonese ha goduto nel corso del tempo anche in campo artistico.

Il filo conduttore di questo studio, dal quale traspare la passione dell'autrice per l'opera ovidiana, è quello di mettere in luce l'eccezionale abilità del poeta, la cui produzione spazia dal genere elegiaco a quello epico, dall'epistola in distici al poema didascalico: proprio la versatilità poetica ha alimentato la fama di Ovidio, unita all'alone di mistero che ancora avvolge le reali cause della condanna alla relegatio. A ciò si aggiunga la classica bellezza dei suoi versi, che lo rendono uno degli autori latini più studiati a scuola, e la sua trattazione, pur nel passaggio da un genere letterario ad un altro, di tematiche comuni, quali l'amore, il mito e l'esilio, capaci di affascinare autori, lettori e artisti di ogni epoca.

Accessibile ad un pubblico di non specialisti, grazie alla presenza di traduzioni in inglese di passi latini, il volume si compone di otto capitoli, preceduti da un' 'Introduction' (pp. 1-5).

I primi due forniscono le informazioni basilari sulle opere (pp. 6-19) e la vita (pp. 20-34) del poeta: la trattazione del corpus ovidiano è organizzata secondo un percorso cronologico, mentre i dati sulla sua biografia sono desunti dai riferimenti fatti dall'autore stesso nei suoi scritti. Degne di nota mi sembrano le considerazioni della Volk riguardanti le opere ovidiane dell'esilio (pp. 15-17 e 30-34): si riconosce un tipo di approccio, che, in linea con gli studi attuali, concilia le posizioni estreme, tese a leggere la poesia del relegatus come frutto di un ingegno in declino e ad enfatizzare la veridicità dei toni disperati o il carattere fittizio dei componimenti, inevitabilmente ricchi di retaggi della produzione preesilica e segnati dalla formazione retorica.

L'immagine che deriva dalla lettura più oggettiva degli scritti ovidiani della relegatio è quella di un autore rivalutato nella sua condizione di uomo ed esule: i suoi versi, mezzo di comunicazione con i propri cari e con il pubblico romano, acquisiscono una funzione consolatoria e un rinnovato carattere autobiografico in rapporto alla drammaticità della situazione di vita.

Dal terzo al settimo capitolo l'autrice tratta separatamente le tematiche e i motivi più importanti della poesia ovidiana, promuovendo un approccio di tipo contenutistico, più che cronologico: 'Elegy' (pp. 35-49); 'Myth' (pp. 50-64); 'Art' (pp. 65-80); 'Women' (pp. 81-94); 'Rome' (pp. 94-109).

Il terzo capitolo ('Elegy') è dedicato alla trattazione del genere elegiaco, nel quale Ovidio si è maggiormente cimentato, e si apre con un'utile sintesi della storia dell'elegia, che offre notizie essenziali sulle sue origini greche e sugli sviluppi a Roma. Particolare riguardo è conferito alle trasformazioni subite dall'elegia latina rispetto a quella greca, che consistono soprattutto nella scelta di sviluppare tematiche di carattere amoroso, utilizzando il distico, in voluta contrapposizione al più impegnato epos, composto in esametri. La costruzione di questa 'identità di genere' (p. 38) raggiunge la piena maturità con Ovidio ed è evidente soprattutto nelle sue riflessioni metapoetiche, a partire dal famoso incipit degli Amores: l'autore, servendosi del procedimento retorico della recusatio, di ascendenza callimachea, discute, ora con toni parodici, ora con intenti apologetici, la sua scelta poetica di trattare il motivo amoroso in un metro appropriato (cfr. rem. 372, 379, 387s.), rifiutando di dedicarsi a generi e argomenti più elevati (cfr. am. 2, 1 e 3, 1). La necessità di giustificare la scelta del metro elegiaco si fa più evidente nei Fasti, vista la tematica religiosa e celebrativa (2, 2-8 e 125s.), mentre non è presente nei Tristia e nelle Epistulae ex Ponto, dove l'elegia, che ben si adatta alla triste situazione di vita del relegatus, recupera la connotazione dolorosa tipica delle sue origini greche. Differente è il caso dell'Ibis dove nel finale Ovidio, rivolgendosi all'interlocutore, gli dice che leggerà il 'vero' poemetto, composto nel metro che si addice alle aspre guerre (presumibilmente il giambo). Nelle Metamorfosi la scelta dell'utilizzo dell'esametro si esplica nelle parole nam vos mutastis et illa (v. 2): il cambiamento di metro, consono all'argomento trattato, è racchiuso in questa brevissima recusatio che sembra alludere, con il riferimento all'azione del divino nelle cose umane, al prologo degli Aitia e degli Amores (p. 43).

Volk analizza anche l'approccio diverso alla tematica amorosa sviluppato da Ovidio nel corso delle sue opere, tracciando un percorso di 'deconstruction' (p. 4) del codice elegiaco impiegato dai suoi predecessori (pp. 43-49).

Nel quarto capitolo ('Myth') l'autrice tratta dell'uso del mito negli scritti ovidiani, soprattutto nelle Metamorfosi, con particolare riguardo alla componente intertestuale: sono delineate le caratteristiche del poema epico ovidiano, il quale, sottoforma di opera catalogica, risente della lezione callimachea degli Aitia (pp. 54ss.). Le Metamorfosi racchiudono, nell'ambizioso progetto di narrare la storia del mondo dalle origini fino ai tempi del poeta, una varietà di episodi mitologici, precedentemente trattati in diversi generi letterari e spesso rimodulati da Ovidio secondo nuove prospettive: la loro analisi intertestuale consente di volta in volta di cogliere le affinità e le differenze rispetto al modello emulato. Un confronto privilegiato è quello con Virgilio, dato che le Metamorfosi sono il primo grande poema epico composto dopo l'Eneide.

Un'ulteriore riflessione riguarda il modo con cui Ovidio si confronta nelle sue opere con il concetto di tempo (pp. 59-64): dal movimento diacronico delle narrazioni presenti nelle Metamorfosi e nei Fasti alle potenzialità insite nella composizione delle 'doppie' Heroides (16 e 17; 18 e 19; 20 e 21), fino alla quasi assenza dell'elemento narrativo e cronologico negli scritti dell'esilio, volutamente segnati dalla monotonia tematica. Volk conia il concetto di 'mimetic simultaneity", già espresso in alcuni suoi studi precedenti[[1]], per indicare l'idea di contemporaneità che sembra caratterizzare la composizione poetica rispetto alle situazioni narrate, come avviene soprattutto nei Fasti, dove il racconto eziologico di un evento passato spesso si intreccia con riferimenti al presente.

Nel quinto capitolo ('Art') la studiosa, dopo aver accennato alle connotazioni che il termine ars assume in latino (pp. 65s.), rileva come l'arte retorica, retaggio della formazione giovanile di Ovidio e visibile soprattutto nelle Heroides, influenzi, in realtà, tutta la sua produzione (pp. 67-70). L'attitudine del poeta ad analizzare diversi punti di vista, a mostrare differenti versioni di una stessa storia, a cambiare prospettiva, quella che la moderna narratologia definirebbe 'focalizzazione multipla', rappresenta un filo conduttore riconoscibile nello stesso disegno compositivo: così, per esempio, se nei primi due libri dell'Ars amatoria l'autore in veste di praeceptor amoris si rivolge agli uomini, nel terzo destina i suoi precetti alle donne, mentre nei Remedia insegna come liberarsi dalla passione amorosa.

Quanto alla tradizionale contrapposizione tra ars/cultus e natura, Volk, dopo aver ribadito che Ovidio propende, specie nell'Ars e nei Remedia per la superiorità dell'ars, avanza alcune riflessioni sulle storie mitiche di artisti narrate nelle Metamorfosi (pp. 72-75): particolare attenzione merita l'episodio di Aracne per i possibili parallelismi con la condizione del poeta, rovinato dal suo stesso ingenium.

Nel sesto capitolo ('Women') Volk analizza la concezione ovidiana della donna, tacciata al tempo stesso di femminismo e misoginia (pp. 82 ss.): l'autore, pur abile nel cogliere e rappresentare i moti dell'animo muliebre, riflette i valori della società patriarcale a lui contemporanea, cosa evidente soprattutto nelle Metamorfosi, dove spicca la predilezione per la narrazione di episodi mitologici che riguardano rapimenti di donne e l'indugio nella descrizione di particolari cruenti (cfr. il mito di Filomela in 6, 519- 562). Del resto, il desiderio erotico dell'uomo verso la donna sembra essere il motivo conduttore della poesia ovidiana precedente alla relegatio, mentre nei componimenti dell'esilio il sentimento amoroso è convertito in nostalgia per Roma, sebbene nella raffigurazione della moglie dell'esule permangono tratti tipici della puella elegiaca. In particolare, come nota Volk, proprio la rappresentazione ovidiana dell'eterosessualità, con la conseguente distinzione tra ruoli maschili e femminili, è una caratteristica discriminante dei suoi scritti, rispetto a quelli di gran parte dei predecessori, e contribuisce alla costituzione di un codice culturale che dominerà nei secoli successivi le rappresentazioni d'amore.

Nel settimo capitolo ('Rome') la studiosa discute del rapporto di Ovidio con Roma e con il princeps. L'Urbe è la protagonista dell'opera ovidiana, lo scenario privilegiato delle vicende mitiche e dei precetti amorosi, il luogo, simbolo di cultus e pax, dove il relegatus vorrebbe disperatamente tornare. I monumenti, i fori, i portici, le vie, i templi, cui l'autore fa riferimento, spesso in modo dettagliato, tanto che si è parlato di una sorta di 'retorica della città'[[2]], popolano la sua poesia, compresa quella esilica, quando solo 'gli occhi della mente' possono nostalgicamente rievocare la patria lontana, che a Tomi raggiunge la sua massima idealizzazione, descritta nello splendore delle sue cerimonie trionfali (cfr. trist. 4, 2; Pont. 2, 1 e 3, 4).

Quanto al rapporto di Ovidio con Augusto, Volk non propende per una posizione unilaterale: se negli scritti giovanili possono essere ravvisate allusioni ironiche alle leggi imperiali a favore del matrimonio, gli accenni al princeps e ai suoi familiari contenuti nelle Metamorfosi, nei Fasti e nella poesia dell'esilio sembrano mossi da toni più sinceramente celebrativi.

L'ultimo capitolo, 'Reception' (pp. 110-27), offre una digressione sulla fortuna che Ovidio e la sua opera hanno avuto nel corso del tempo nella letteratura e nell'arte occidentali: dalla popolarità goduta dall'Ars amatoria nel Medioevo alle rappresentazioni pittoriche e scultoree del Rinascimento e del Barocco, basate sui racconti mitologici delle Metamorfosi, fino all'influsso esercitato dalla tarda produzione ovidiana, fonte di ispirazione e conforto per diversi scrittori.

Il volume si conclude con un'utile rassegna bibliografica ('Further Reading', pp. 128-40), suddivisa a seconda degli argomenti dei capitoli e contenente preziosi suggerimenti per ulteriori approfondimenti: degna di nota è l'attenzione rivolta anche alla letteratura critica più recente. Seguono un breve elenco dei passaggi ovidiani citati (pp. 142-144) e un indice dei nomi (pp. 145-147).

La chiarezza stilistica e l'immediatezza argomentativa rendono il libro piacevole da leggere pure per un pubblico di non specialisti; dal canto loro, gli studiosi possono trovare in esso una valida sintesi delle questioni maggiormente dibattute dalla critica ovidiana, con uno sguardo alle tendenze attuali.

NOTES

[[1]] Cfr., in particolare, K. Volk, 'Cum carmine crescit et annus: Ovid's Fasti and the Poetics of Simultaneity', TAPhA 127 (1997) 287-313 e Poetics of Latin Didactic (Oxford 2002) 173-88.

[[2]] Cfr. il famoso articolo di M. Labate, 'Poetica ovidiana dell'elegia: la retorica della città', MD 3 (1979) 9-67.